L'ultimo Napolitano
Orgogliosamente convenzionale, ma nient’affatto rinunciatario o distaccato. L’ultimo discorso alla nazione di Giorgio Napolitano non aveva il sapore del congedo paternalista di alcuni suoi predecessori (per esempio Carlo Azeglio Ciampi, altamente retorico e più sentimentale): freddo quanto basta nella sua densa esposizione, il capo dello stato ha dato l’impressione di voler testimoniare fino in fondo la sua vocazione di politico tradizionale. Del resto spetta ancora a lui la facoltà di conferire l’incarico al prossimo presidente del Consiglio.

Da mercoledì 2 gennaio il Foglio pubblicherà la biografia politica a puntate di Giorgio Napolitano scritta da Sergio Soave.
Orgogliosamente convenzionale, ma nient’affatto rinunciatario o distaccato. L’ultimo discorso alla nazione di Giorgio Napolitano non aveva il sapore del congedo paternalista di alcuni suoi predecessori (per esempio Carlo Azeglio Ciampi, altamente retorico e più sentimentale): freddo quanto basta nella sua densa esposizione, il capo dello stato ha dato l’impressione di voler testimoniare fino in fondo la sua vocazione di politico tradizionale. Del resto spetta ancora a lui la facoltà di conferire l’incarico al prossimo presidente del Consiglio.
I suoi riferimenti ai temi della coesione sociale sfibrata dalla crisi economica, della disoccupazione e della difficoltà di reinserimento nel mondo del lavoro appartengono al più classico dei palinsesti d’una sinistra riformista. A voler forzarne la lettura, si potrebbe dire che il presidente della Repubblica ha perimetrato il terreno della campagna elettorale in un orizzonte piuttosto congeniale al suo ex compagno di partito Pier Luigi Bersani. Eppure non è mancato il dovuto riconoscimento al “senatore Mario Monti” e allo “sforzo di ridurre il nostro debito pubblico” che il Quirinale ha incoraggiato e condiviso mediante l’esperimento tecnocratico. Il successo europeo del governo Monti, dice però Napolitano, ora deve essere combinato con una promozione più energica dell’interesse nazionale – “L’Italia in Europa non può essere un passivo esecutore” – e con una “definizione” meno indiscriminata dei tagli alla spesa e dei carichi fiscali. Anche in questo passaggio si avverte un richiamo alla necessità delle categorie politiche, necessità peraltro incorniciata da una lunga citazione di Benedetto Croce, fermo restando che lo stesso Monti oggi ha pieno diritto di patrocinare in veste tutta politica la formazione ispirata alla sua agenda. Quando Napolitano avverte che “il presidente del Consiglio dimissionario è tenuto ad assicurare entro limiti ben definiti la gestione degli affari correnti e ad attuare leggi e deleghe già approvate dal Parlamento”, sta in fondo riconoscendo un salto di livello nella funzione pubblica di Mario Monti, che da preside salva-Italia con un apparente destino quirinalizio (e sembrava questo l’auspicio di Napolitano) si è reinventato capo di una coalizione. La delicatezza della situazione determinata dalla svolta montiana si può scorgere, a contrario, anche nella delusione di Napolitano per la mancata modifica della legge elettorale che forse avrebbe reso meno cruenta la dissoluzione della “strana maggioranza” e l’imminente contesa dei consensi, e magari avrebbe indotto Monti a riservarsi quella terzietà senza la quale diventerà più difficile riformare l’ordinamento costituzionale e la giustizia (altri auspici quirinalizi).
Chi avrà di certo apprezzato il discorso di Napolitano sono “i giovani indignati” sollecitati alla piena partecipazione democratica, i carcerati reclusi in condizioni di “inciviltà angosciante” e gli extracomunitari che aspirano allo ius soli (è la prima promessa elettorale del Pd bersaniano). Quanto ai leader politici, era scontato il gradimento di Bersani (“ci ha indicato la strada”) e Monti (“messaggio forte, carico di impegno e di speranza”), così come prevedibili erano le insoddisfazioni del leghista Roberto Maroni (“deludente: fa il maestrino, tace sui disastri di Monti”) e di Antonio Di Pietro (“più vuoto che mai, con un improprio autoelogio finale”). Ha colpito invece il giudizio equilibrato di Silvio Berlusconi (“mi riconosco nelle parole rivolte a tutti gli italiani dal presidente della Repubblica”), che solo poche ora prima agitava l’immagine d’una commissione parlamentare chiamata a indagare anche Napolitano sul presunto complotto antiberlusconiano del novembre 2011. Ma questa non è strategia, è tattica d’occasione e incrocerà ancora un presidente in uscita che non si accontenta di fare da spartitraffico pre-elettorale.